Archiviato in: Odisseo | Tag: politica del lavoro, precarietà, Tremonti, Unità
La conversione del Ministro Tremonti a favore del posto fisso mi ha ricordato la prima campagna di Berlusconi, nel 1994, nella quale promise un milione di posti di lavoro. Col senno di poi, la reazione del centrosinistra, che attaccò la promessa come non credibile, fa sorridere: tra chi prometteva di creare lavoro e chi criticò la promessa, gli italiani, reduci dalla crisi economica, votarono per il primo – con qualche ragione. In maniera del tutto simile, Tremonti fa una apologia del posto fisso e, mentre i sindacati hanno abilmente raccolto la proposta e suggerito un tavolo con Confindustria, girando dunque il coltello nella piaga aperta dal centrodestra, il resto del centrosinistra si è impegnato a spiegare che si tratta di una idea non credibile, o che il problema è un altro. Ancora una volta: a chi dovrebbe affidarsi un ragazzo precario, a chi sostiene il posto fisso, o a chi spiega che si tratta di un discorso non credibile e che vanno invece potenziate la formazione e i sussidi di disoccupazione? Naturalmente mi si potrebbe obiettare di ingenerosità, osservando che il centrodestra fa propaganda, mentre il centrosinistra cerca risposte serie e fondate. “E’ solo un problema di comunicazione”, sembra di sentir dire. In realtà, non si tratta solo di comunicazione, ma di cogliere la gravità e la sostanza dei problemi, cosa che il centrodestra, in maniera spregiudicata e irresponsabile, è bravissimo a fare, il centrosinistra meno. In Italia la flessibilità senza opportunità ha falcidiato una generazione, e sta per colpire la seconda. Decine di migliaia di uomini e donne abbondantemente oltre i 40 anni sono ancora privi di stabilità, oltre alla grande maggioranza degli under-40. Il punto non è più, per queste generazioni, individuare il sistema astrattamente più giusto o teoricamente preferibile per regolare il lavoro. La dimensione del problema chiama al contrario la necessità di misure urgenti, per evitare che tra quindici-vent’anni, si arrivi ad una società frantumata, priva di punti di riferimento, senza una classe media stabile, e per giunta con la produttività delle aziende ancora più in basso. Infatti, quel che è evidente della precarietà modello italiano è che essa, oltre a pesare sulle vite delle persone, ha anche gravemente danneggiato le aziende, inficiando la crescita professionale sul posto di lavoro, mortificando le energie lavoratrici là dove bisognerebbe stimolarle. La conversione di Tremonti andrebbe accolta andando a scoprire il suo bluff, con proposte che – pur senza tornare a modelli del passato – mirino a ridurre nettamente la possibilità di assumere personale flessibile, spingendo le aziende e i lavoratori ad un rapido cambio di passo.
Prima gli operai della INNSE sulla gru, poi gli insegnanti precari sul tetto di una scuola a Benevento e ora gli ingegneri della Nortel con le foto dei loro figli. Queste vicende hanno in comune la spettacolarità della protesta organizzata. Il tratto moderno non deve stupire, basti pensare quanto moderno fosse lo sciopero, cento anni fa. Oltre la forma, colpisce l’estrema eterogeneità sociale dei lavoratori. Operai, insegnanti e ingegneri pagano in modo simile sia la crisi economica sia le non-scelte dissennate della politica. Inoltre, si manifesta sempre più frequentemente un conflitto di interessi tra la proprietà (e la direzione) delle aziende, e chi in quelle aziende lavora. Sarebbe sbagliato parlare di lotta di classe perché il contrasto non si trasferisce sul piano delle identità sociali. Sembra tuttavia archiviata la nozione che il bene dell’azienda coincida necessariamente con gli interessi di chi nella azienda lavori. Sarebbe altrettanto superficiale credere che tale conflitto sia destinato a produrre effetti negativi per l’economia nel suo complesso. Infatti, essendo circoscritta alla sfera produttiva, una forte dialettica tra dipendenti e capitale potrebbe anche generare un avanzamento benefico di forme di responsabilità e controllo del settore privato, con potenziali ricadute positive in efficienza e produttività. Il sindacato sembra preso in contropiede da quest’attivismo spontaneo, dalle sue forme e dalla sua frequenza. Eppure questa è la sfida che deve cogliere se vuole trovare una dimensione al suo agire nel ventunesimo secolo, quello del lavoro frammentato. Saper raccogliere istanze diverse tra loro, non pretendendo di ingabbiarle in una sintesi generale che potrebbe non esser possibile, e conquistare credibilità e forza anche in strati finora non sindacalizzati, affiancandosi ai loro sforzi, e sostenendo le loro lotte.
Archiviato in: Odisseo | Tag: 11 Settembre, Afganistan, guerra, militari caduti, Talebani, Unità
Per onorare fino in fondo il valore dei nostri militari caduti in Afganistan bisognerebbe cominciare col dire la verità. Smettere di usare efumesimi. Perchè cadere in guerra è una cosa terribile, resa ancora peggiore da chi grida al ritiro il giorno dopo, come se quegli uomini fossero lì per caso, o per il capriccio di un politico distratto. Perché la guerra è la cosa peggiore, anche quando non si vedono – e forse non esistono – alternative. Ma è anche peggio distrarre lo sguardo, confondere la realtà, affabulare davanti alla tragedia. (continua…)
Archiviato in: Odisseo | Tag: Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Guido Montani, Lucio Levi, Unità, Ventotene
Per arrivare a Ventotene continua a esser necessaria una qualche volontà. Da Roma si deve salire su uno di quei treni a bassa velocità che avrebbero bisogno di maggior cura, per attendere il traghetto nel porto di Formia senza alcun riparo dal sole. Ventotto anni fa, quando Altiero Spinelli vi fondò l’Istituto di Studi Federalisti che ora porta il suo nome, Ventotene era ancora più irraggiungibile. (continua…)
Archiviato in: Odisseo | Tag: Achille Occhetto, Luca Telese, PCI, PDS, Unità
Qualcuno era comunista, libro capolavoro di Luca Telese uscito con Sperling e Kupfer circa due mesi fa, ha una tesi molto netta, supportata da oltre 700 pagine che scorrono come un romanzo giallo. La storia del PCI è finita nel 1989, con la sua storia si è anche spenta la sua gloriosa tradizione. Coloro che ne hanno rivendicato l’eredità hanno semplicemente rimosso – non elaborato – le questioni politiche che la fine di quella storia poneva, contribuendo con ciò a sotterrare ciò che invece si sarebbe potuto salvare.
Archiviato in: Odisseo | Tag: Adolfo Scotto di Luzio, Andrea Romano, Francesco Bonami, Irene Tinagli, Italia Futura, Unità
Due settimane fa, annunciato da pochi articoli di stampa, è andato on line il sito di Italia Futura. “L’avvenire è di coloro che non sono disillusi” si leggeva nella home page di apertura, una frase di Georges Sorel, padre del sindacalismo rivoluzionario dell’ottocento. E’ quindi attivo un nuovo attore nel dibattito pubblico italiano, molto diverso dalla popolazione di partiti e gruppi legati alla politica quotidiana che affollano il nostro paese. Direttore e animatore di Italia Futura è Andrea Romano. Storico, saggista e commentatore dei fatti politici nazionali e internazionali, Romano ha raccolto attorno a sé una ventina di promotori, protagonisti a titolo diverso di nuove aree di intellettuali, imprenditori, professionisti, per fondare un progetto che vuole coniugare un tratto popolare, aperto, partecipativo, con il rigore dei contenuti. L’associazione lavora col metodo delle campagne: poco spazio a proclami generalisti e molta concentrazione su temi specifici, concreti, realizzabili. (continua…)
Archiviato in: Odisseo | Tag: Bersani, elezioni europee, Franceschini, PD, Unità, Veltroni
Per capire i recenti eventi interni del Partito Democratico è necessaria una lettura attenta dei dati elettorali delle europee. Detto in estrema sintesi: il PD è molto meno balcanizzato di quel che la vulgata tende a rappresentare. O, per dirla in maniera diversa, le aspre divisioni che caratterizzano i suoi esponenti principali non trovano corrispondenza nei comportamenti del suo elettorato. (continua…)
Archiviato in: Odisseo | Tag: Berlusconi, Donald Sassoon, economia, Italia, Politica, Unità
Forse l’Italia non è un caso particolare. Forse gli articoli allarmati su Berlusconi, usciti in questi giorni sulla stampa internazionale, sbagliano: la democrazia italiana è sulla stessa china degli altri paesi europei. Inizio la mia conversazione con Donald Sassoon con questa provocazione. La proprietà dei media è ovunque troppo concentrata; i recenti scandali inglesi hanno mostrato politici privi di compostezza e pudore; la crescente disuguaglianza sociale è un dato diffuso in tutto il continente. (continua…)

