La politica al tempo della crisi (l’Unità, oggi)

Dal punto di vista del suo impatto sociale, la crisi ha purtroppo appena iniziato a far sentire i propri effetti. Nella migliore delle ipotesi, comparando le previsioni compilate da istituti di ricerca pubblici e privati, la disoccupazione durante l’anno in corso non aumenterà e inizierà a diminuire in autunno. Le previsioni più ottimistiche tuttavia non riguardano il nostro paese.

Abbiamo già scritto della natura bifronte di questa crisi. La capacità di resistere ha due facce, quella dei lavoratori più protetti e quella dei lavoratori marginali. Due facce dovrebbe avere anche la risposta politica. Bisogna pensare al dopo, al futuro prossimo, a gettare le basi di una ripresa solida. Allo stesso tempo il presente ha necessità di risposte urgenti, perché chi perde il lavoro non può attendere i processi lenti che stanno portando i vertici mondiali a ripensare le regole del settore finanziario per contribuire a sbloccare il mercato del credito. In questa congiuntura difficile, e col peso del debito pubblico a restringere gli spazi, la risposta del governo è molto chiara. Essa si inserisce nel suo orizzonte conservatore secondo il quale la modernità non è occasione di cambiamento ed evoluzione sociale, ma al contrario la modernità va modellata e adattata ai riflessi di un corpo sociale abituato a fare i conti con lo status delle persone –  i loro natali o la loro posizione – e non con il valore del loro lavoro. Per fronteggiare il breve periodo, la cassa integrazione è l’unico strumento messo in campo, uno strumento inventato nel dopoguerra ed affinato negli anni ’70, in un mondo economico, politico e sociale, molto diverso. Non esistevano i contratti a tempo, per esempio. Garantire la protezione del reddito solo ad una parte dei lavoratori ha l’effetto di rafforzare le disparità esistenti. In maniera simile, l’assenza di investimenti sul futuro prossimo riduce le opportunità per tutti, mortificando le possibilità di mobilità sociale, con l’effetto di approfondire le diseguaglianze anche in prospettiva. Per citare un esempio diverso dalla scuola e dalla ricerca, il governo ha deciso di non investire sulle infrastrutture necessarie allo sviluppo pieno della rete Internet, e continua a gravare il suo uso da lacci burocratici. Non sorprende dunque il dato riportato ieri dal Sole 24 Ore che vede l’Italia in fondo alla classifica di uno dei settori in maggiore espansione nell’economia europea: il commercio on-line.  Da un punto di vista comparativo, queste politiche continueranno ad allontanare l’Italia dai paesi più avanzati, ma dal punto di vista interno esse contribuiscono ad un disegno chiaro che punta a cristallizzare ed approfondire le fratture sociali, tramite un mix coerente di interventi espliciti e laissez-faire.

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