Sine studio (l’Unità, oggi)

«L’abolizione del latino dalle scuole medie fu un grande errore del PCI. I comunisti credevano che il latino discriminasse i figli degli operai sui figli della borghesia, ma non era vero. Il latino discrimina tra ragazzi studiosi e ragazzi pigri.» Vent’anni fa, una mia professoressa esprimeva così un’idea moderna della sinistra che valorizza il lavoro declinando fino in fondo il principio di uguaglianza, disatteso dalla cancellazione delle differenze. Pensando a quella lezione ho accettato il suggerimento di un amico, intitolando “Sine studio” questo spazio settimanale che inauguro oggi, ringraziando il direttore per l’invito. Con obiettività, questa la traduzione dell’espressione, discuterò quel territorio in cui la politica e l’economia si sovrappongono, con importanza variabile, componendo il quadro necessario a capire gli spazi pubblici in cui ci muoviamo, e scorgere indizi di un futuro più giusto. Come in questo inizio d’anno caratterizzato da una crisi bifronte, e da deboli risposte della politica.

La Banca d’Italia spiega che i disoccupati sono oltre il 10%. In altre epoche quei livelli di disoccupazione avrebbero fatto cadere governi; in altre epoche un anno di crisi economica non si sarebbe concluso con le file per accaparrarsi saldi a prezzi non certo da discount. E’ una crisi che ha colpito in maniera molto diseguale. Gli anni della finanza creativa hanno consentito la nascita di grandi imperi, ma anche di piccole rendite che hanno attutito, per molti, l’effetto della contrazione. La crisi ha colpito chi era rimasto ai margini: il lavoro dipendente meno qualificato e quello in settori già in difficoltà; i lavoratori più deboli di tutti: i precari. Dai giornalisti ai commessi, passando per qualsiasi categoria occupazionale, all’ingrosso: quelli con meno di quarant’anni. Sulle loro spalle, negli ultimi quindici anni, la politica e i sindacati hanno scaricato i costi delle follie economiche degli anni ‘80. Senza presente e senza prospettive di pensione, sono costretti in una flessibilità selvaggia e oggi, senza voce e senza rappresentanza, vedono assottigliate le speranze che derivavano da un contratto semestrale. Si spiega così anche la lentezza della politica che reagisce solo davanti alle forme organizzate di rappresentanza, da cui i lavoratori precari sono esclusi. A questo proposito, in decisa controtendenza è l’iniziativa dello sciopero dei lavoratori stranieri, precari per eccellenza, per il prossimo primo marzo. Essa suggerisce come le strade della visibilità politica ed economica non sono concluse con le organizzazioni novecentesche e che in questo mondo internazionalizzato c’è spazio per chiedere diritti e affermare interessi, trovando gli strumenti adatti per farlo.

2 Comments

  1. Melone
    Pubblicato 20 gennaio, 2010 alle 10:19 am | Permalink

    Ciao,
    Appena scoperto il tuo blog. Pienamente d’accordo con la tua conclusione: le “organizzazioni novecentesche” sono solo una forma, non La forma, della politica di un paese.

    Buona giornata
    Melone

  2. Pubblicato 26 gennaio, 2010 alle 11:15 am | Permalink

    Iersera guardavo Lerner e parlavo con Roberto, gli dicevo …perchè conosciamo solo l’opzione identitaria, dove ci ha rinchuso Berl. chiamandoci conunisti, perchè io ci andrei a parlare con le persone che non votano per noi (PD), che valutano e decidono senza conoscere, sono brava, lo sai, ho qualche competenza, non voglio niente, nessuna sedia, niente. Ma ne ho sempre meno voglia. E lui: …ma come si potrebbe fare? dove potresti, potremmo andre?
    …ah, ma quando va male io ti telefono e siamo già due.
    Scroscio di risa.
    Viviamo entrambi a Modena sine ira ac studio.
    A presto


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  1. [...] Marco Simoni in un articolo per L’Unità. Sarà per questo che anche per fare il brigatista, in questo [...]

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