Qualcuno era comunista, libro capolavoro di Luca Telese uscito con Sperling e Kupfer circa due mesi fa, ha una tesi molto netta, supportata da oltre 700 pagine che scorrono come un romanzo giallo. La storia del PCI è finita nel 1989, con la sua storia si è anche spenta la sua gloriosa tradizione. Coloro che ne hanno rivendicato l’eredità hanno semplicemente rimosso – non elaborato – le questioni politiche che la fine di quella storia poneva, contribuendo con ciò a sotterrare ciò che invece si sarebbe potuto salvare.
Il senso condiviso di un agire comune ha lasciato il posto a una lotta tra bande. La capacità di portare a sintesi storie di popolo, intellettuali, e un pezzo di borghesia, è venuta meno, mentre si alimentava una contrapposizione di fondo tra ceti che nel PCI contribuivano allo stesso progetto. La forza intellettuale che consentiva una laicità ferma e serena è stata sostituita da vertiginose oscillazioni che durano lo spazio di un congresso.
Nell’articolare questa tesi non semplice ma convincente, l’autore non cede mai alla nostalgia dei bei tempi che furono, non trasfigura la storia del PCI in ciò che non era. Il PCI aveva nel suo DNA la Costituzione Repubblicana che aveva contribuito a scrivere, e viveva quindi una profonda, irrisolvibile, contraddizione tra l’amore per la democrazia da un lato e il legame sostanziale, simbolico, emotivo, con tutti gli altri comunismi del mondo, che odiavano quella stessa democrazia. Attraverso una mole sostanziosa di fonti primarie, secondarie, e interviste, il libro ricostruisce due anni di politica, dalla caduta del Muro alla nascita del PDS, per comprendere i quali compie numerosi flash back che ci riportano alle figure che costruirono quella storia: Togliatti e Berlinguer su tutte. Questo esercizio chiarisce come l’ultima fase, conclusa con l’umiliazione del segretario – qualcuno ricorderà che Occhetto non raggiunse il quorum al primo scrutinio – era un funerale, non un battesimo. Nessun comunista avrebbe voluto sfregiare in tal modo, pubblicamente, il simbolo del partito. E simbolicamente, dunque, il voto di quei delegati segnò la fine di quella storia che, a parole, dicevano di voler proseguire. Tuttavia, suggerisce Telese, per proseguire quella storia – come ogni storia – era necessario raccontarsi la verità, e su di essa riflettere. Chiedersi perché si fosse stati comunisti. La rimozione delle questioni politiche vere, e un revisionismo generazionale tanto opportunista quanto dilettantesco in cui si sono cimentati, a turno, tutti i dirigenti di sinistra dopo l’89, hanno contribuito a seppellire le caratteristiche profonde e feconde del PCI, lasciando spazio a sterili improvvisazioni e patetiche nostalgie.
2 Comments
Qualcuno era comunista come Luca Telese…..poi ha deciso che era meglio scrivere per la destra che si guadagna di più. Molto di più
Può darsi che sia importante andare a scavare nella morte del PCI per capire il perché dell’impotenza del PD di oggi. Però credo che l’errore maggiore sia stato quello di cercare la fusione con la religione politica che è stata per sempre antagonista a quella comunista: il cattolicesimo democratico (e lasciam perdere il cattolicesimo integralista dell’Opus Dei, ché quello è proprio un mistero su come si pensasse di unircisi in modo indolore e proficuo). Se gli ex comunisti si fossero detti “socialisti”, fondendosi con ciò che restava dopo il 1992 del PS, avrebbero trovato una nuova casa, una nuova religione politica. Invece hanno voluto prendere in prestito la parola “socialismo” come se fosse una etichetta priva di significato e di contenuto e di tradizione, per poi abiurarla nel progetto ibrido del PD. In questo modo, gli ex comunisti si sono alienati anche la credibilità di essere i nuovi socialisti o socialdemocratici. Siete rimasti ex comunisti, senza ideale, senza ideologia, e senza programma. Al momento, ve lo presta un cattolico democratico, Franceschini, ma senza grande successo.
2 Trackbacks/Pingbacks
[...] Il PCI seppellito nell’ottantanove senza eredi – Marco Simoni sull'Unità "La rimozione delle questioni politiche vere, e un revisionismo generazionale tanto opportunista quanto dilettantesco in cui si sono cimentati, a turno, tutti i dirigenti di sinistra dopo l’89, hanno contribuito a seppellire le caratteristiche profonde e feconde del PCI, lasciando spazio a sterili improvvisazioni e patetiche nostalgie". [...]
[...] Agosto 2009 · Lascia un Commento Marco Simoni, sull’Unità e sul suo blog, consiglia Qualcuno era comunista, e parte da questo libro per raccontare la fine del [...]