L’influenza suina e la riforma di Obama (l’Unità, qualche giorno fa)

Il marito di una mia collega e amica di Londra fa il chirurgo e sono due notti che rimane a dormire in ospedale. La mia amica ha un po’ di mal di gola e di febbre, ha l’influenza, dunque per evitare il contagio rimarranno “separati” per qualche giorno. In Inghilterra ormai, se ti viene l’influenza, il medico di famiglia non ti riceve nemmeno per non essere contagiato. Una caratteristica chiara del virus A (H1N1), la famigerata influenza suina, è che si trasmette molto facilmente, più facilmente dell’influenza media. Dopo un paio di giorni di malessere, comunque, si può telefonare ad un numero verde, descrivere i sintomi ad un operatore telefonico, e ricevere un codice per andare a ritirare il farmaco antivirale messo a disposizione dalle autorità sanitarie. Certo, non è detto che l’influenza sia dovuta al virus A (H1N1), ma i casi sono talmente tanti nel Regno Unito che sarebbe impossibile testarli tutti, tanto vale mettere a disposizione il farmaco. I numeri dell’OMS si sono fermati al 6 luglio e parlavano, nel Regno Unito, di oltre 7400 casi diagnosticati e 3 decessi. L’agenzia Europea per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) continua a fornire dati quotidiani, ma è evidente che se non si fanno più test sistematici, i 19404 casi di cui 35 decessi, riportati il 23 luglio in tutta l’Unione Europea, sono ormai poco attendibili. Sicuramente si tratta di una pandemia, ossia un virus che si diffonde ovunque e rapidamente. Il tasso di mortalità sembra invece essere affine a quello di un’influenza normale, non tale da giustificare allarme dunque, ma certo prudenza e attenzione perché avere centinaia di migliaia di persone influenzate non è una cosa da prendere con leggerezza.

Fa bene invece, questo nuovo fenomeno di influenza globale, alle casse delle grandi multinazionali farmaceutiche. Sul sito della Roche, in tempi di crisi economica, si mostra una crescita a doppia cifra di vendite e profitti nella prima metà del 2009, anche grazie alla massiccia vendita di Tamiflu, uno degli antivirali più efficaci, già usato ai tempi dell’influenza aviaria. Sul sito della GlaxoSmithKlein un editoriale spiega che tra poco sarà pronto il vaccino contro il virus, in tempo per l’autunno e la riapertura delle scuole. Il Guardian riporta le cifre: solo al Regno Unito, alla Francia, al Belgio e alla Finlandia, la GSK venderà 130 milioni di dosi, e ne regalerà 50 milioni a paesi in via di sviluppo. Lo stesso ministro Sacconi ha recentemente dichiarato di voler vaccinare 28 milioni di italiani nel prossimo autunno. Sono cifre da capogiro, e sono al netto di quanto accadrà in paesi popolosi come il Giappone o gli Stati Uniti, dove il governo si dimostrerà certamente attento a rispondere alle ansie della popolazione, costantemente stimolate da tabloid scandalistici e allarmisti. L’amministrazione Obama aveva subito mostrato una grande attenzione al potenziale problema, con briefing molto solerti alla stampa fin dalla scoperta del virus in Messico e la sua comparsa nel sud degli Stati Uniti.

E’ curioso notare come questa vicenda coincida con la più importante sfida dell’amministrazione Obama, sulla quale il presidente si gioca gran parte del suo capitale politico: la riforma sanitaria. Il sistema sanitario americano è un caso di scuola di fallimento del mercato. La protezione della salute affidata al sistema privato non è solo ingiusta, in America 45 milioni di persone sono prive di assistenza, ma anche molto inefficiente dato che la spesa pro-capite statunitense è quasi il doppio di quella di un medio paese europeo. Obama vuole una riforma per rendere universale la copertura, con due strumenti principali: da un lato ridurre la discrezionalità delle assicurazioni private nelle decisioni di prezzo e copertura, dall’altro mettere in campo un sistema di assicurazione pubblica per fare concorrenza al privato. Una rivoluzione che fisserebbe in maniera irreversibile il ruolo dello Stato nel diritto alla salute. Una rivoluzione che, pur beneficiando una fetta enorme di cittadini, colpirebbe alcune rendite di posizione che, come sappiamo bene noi italiani, vogliono naturalmente mantenere i loro privilegi. In questo caso, si tratta delle lobby dei dottori, delle assicurazioni, e soprattutto delle grandi case farmaceutiche. La riforma sanitaria sarebbe un importante spartiacque non solo per gli Stati Uniti, ma per tutto il mondo, segnando l’uscita dal trentennio del liberismo, per entrare finalmente in un secolo più umanista. C’è allora da augurarsi che gli extra profitti di questi mesi, di risposta globale ad una influenza su cui è bene non abbassare la guardia, possano mitigare la resistenza di Big Pharma alla riforma del presidente Obama.

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