Dialogo sopra Berlusconi (l’Unità, oggi)

Raggiungo Ilaria Favretto al telefono, è un po’ trafelata, sta salendo le scale di casa con tre bimbi al seguito, non tutti suoi, puntualizza. Istintivamente mi chiedo, in Italia, quante professoresse ordinarie di storia abbiano un figlio di sette mesi. Tuttavia, ho chiamato Ilaria Favretto per discutere della più recente uscita di Berlusconi, non per parlare dello stato dell’università italiana e della segregazione dei suoi ricercatori più giovani e brillanti. Anche se, a rifletterci davvero, una relazione tra i due fenomeni certamente ci deve essere. Il passaggio di ieri del Presidente del Consiglio, alla cui incontinenza verbale siamo purtroppo abituati, ha raggiunto vette particolarmente elevate. Luca Sofri sul suo blog ha notato non solo il parallelo delle sue frasi con il famoso discorso di Mussolini del 1922 su “quest’aula sorda e grigia” ma il paradosso storico per cui è proprio Fini, oggi, a difendere il Parlamento. Mi rivolgo, allora, ad una storica di professione per avere un po’ di prospettiva sulle cose, per riportare frasi che sembrano abnormi se lette da vicino, in un contesto più comprensibile. Da studiosa di cultura politica, soprattutto italiana e britannica, Ilaria Favretto concentra gran parte della sua riflessione sulla mancanza di senso civico e senso delle istituzioni diffusi che le parole di Berlusconi hanno sottolineato. Una mancanza che emerge dal fatto che Berlusconi non paghi alcun prezzo né elettorale, né politico per le sue intemperanze, per le sue battute, o per le sue parole contro le altre istituzioni repubblicane. C’è dunque un nesso evidente tra la crescente, diffusa, mancanza di senso delle istituzioni e la vittoria elettorale del populismo demagogico. Obietto il fatto che altri paesi, come l’Inghilterra ad esempio, non godono certo di un maggior livello di cultura media. La scuola italiana, per quanto maltrattata, non ha nulla da invidiare a quella inglese. E poi esistono le nostre tradizioni e abitudini culturali, spesso sconosciute fuori dai confini. Il punto, sottolinea Ilaria Favretto, è che in Inghilterra nessuno userebbe i “pensieri dell’uomo della strada”, in maniera demagogica, a scopo elettorale. Ogni volta che esponenti conservatori hanno provato a farsi interpreti dei bassi istinti della cosiddetta “gente comune”, sono stati subito richiamati all’ordine. In Italia, Berlusconi, e chi nel suo piccolo si comporta come lui, non solo non paga un prezzo elettorale, ma nemmeno un prezzo politico. In tal modo, indebolendo le istituzioni, affievolendo il senso di cittadinanza e di etica condivisa che tiene assieme una comunità nazionale, il centrodestra continua ad alimentare le sue fortune. In questo senso è ingenuo pensare che il berlusconismo cesserà con Berlusconi, senza che si spezzi questo circolo vizioso.
Parlare di rischi di fascismo, come fanno a volte i quotidiani inglesi è certamente sbagliato. Si infervora in questo passaggio la studiosa, sottolineando un punto di metodo. La storia non è ciclica e il contesto internazionale è tale che ogni fuoriuscita dell’Italia dalle forme di una democrazia liberale è altamente improbabile. Anzi, parlare di fascismo è fuorviante perché distoglie da una analisi più attenta ed utile. L’involuzione populista della nostra democrazia è un fenomeno serio, purtroppo, che andrebbe contrastato in quanto tale. La storia futura non è già scritta e sono possibili molti scenari diversi, come ieri erano possibili esiti diversi del fenomeno Berlusconi. Certamente è necessaria una opposizione in grado di offrire sia un programma politico alternativo, con una narrativa socio-economica convincente, che il rafforzamento del rispetto per le istituzioni democratiche, che non offra la minima legittimazione a chi lavori per affievolirlo.Raggiungo Ilaria Favretto al telefono, è un po’ trafelata, sta salendo le scale di casa con tre bimbi al seguito, non tutti suoi, puntualizza. Istintivamente mi chiedo, in Italia, quante professoresse ordinarie di storia abbiano un figlio di sette mesi. Tuttavia, ho chiamato Ilaria Favretto per discutere della più recente uscita di Berlusconi, non per parlare dello stato dell’università italiana e della segregazione dei suoi ricercatori più giovani e brillanti. Anche se, a rifletterci davvero, una relazione tra i due fenomeni certamente ci deve essere. Il passaggio di ieri del Presidente del Consiglio, alla cui incontinenza verbale siamo purtroppo abituati, ha raggiunto vette particolarmente elevate. Luca Sofri sul suo blog ha notato non solo il parallelo delle sue frasi con il famoso discorso di Mussolini del 1922 su “quest’aula sorda e grigia” ma il paradosso storico per cui è proprio Fini, oggi, a difendere il Parlamento. Mi rivolgo, allora, ad una storica di professione per avere un po’ di prospettiva sulle cose, per riportare frasi che sembrano abnormi se lette da vicino, in un contesto più comprensibile. Da studiosa di cultura politica, soprattutto italiana e britannica, Ilaria Favretto concentra gran parte della sua riflessione sulla mancanza di senso civico e senso delle istituzioni diffusi che le parole di Berlusconi hanno sottolineato. Una mancanza che emerge dal fatto che Berlusconi non paghi alcun prezzo né elettorale, né politico per le sue intemperanze, per le sue battute, o per le sue parole contro le altre istituzioni repubblicane. C’è dunque un nesso evidente tra la crescente, diffusa, mancanza di senso delle istituzioni e la vittoria elettorale del populismo demagogico. Obietto il fatto che altri paesi, come l’Inghilterra ad esempio, non godono certo di un maggior livello di cultura media. La scuola italiana, per quanto maltrattata, non ha nulla da invidiare a quella inglese. E poi esistono le nostre tradizioni e abitudini culturali, spesso sconosciute fuori dai confini. Il punto, sottolinea Ilaria Favretto, è che in Inghilterra nessuno userebbe i “pensieri dell’uomo della strada”, in maniera demagogica, a scopo elettorale. Ogni volta che esponenti conservatori hanno provato a farsi interpreti dei bassi istinti della cosiddetta “gente comune”, sono stati subito richiamati all’ordine. In Italia, Berlusconi, e chi nel suo piccolo si comporta come lui, non solo non paga un prezzo elettorale, ma nemmeno un prezzo politico. In tal modo, indebolendo le istituzioni, affievolendo il senso di cittadinanza e di etica condivisa che tiene assieme una comunità nazionale, il centrodestra continua ad alimentare le sue fortune. In questo senso è ingenuo pensare che il berlusconismo cesserà con Berlusconi, senza che si spezzi questo circolo vizioso.
Parlare di rischi di fascismo, come fanno a volte i quotidiani inglesi è certamente sbagliato. Si infervora in questo passaggio la studiosa, sottolineando un punto di metodo. La storia non è ciclica e il contesto internazionale è tale che ogni fuoriuscita dell’Italia dalle forme di una democrazia liberale è altamente improbabile. Anzi, parlare di fascismo è fuorviante perché distoglie da una analisi più attenta ed utile. L’involuzione populista della nostra democrazia è un fenomeno serio, purtroppo, che andrebbe contrastato in quanto tale. La storia futura non è già scritta e sono possibili molti scenari diversi, come ieri erano possibili esiti diversi del fenomeno Berlusconi. Certamente è necessaria una opposizione in grado di offrire sia un programma politico alternativo, con una narrativa socio-economica convincente, che il rafforzamento del rispetto per le istituzioni democratiche, che non offra la minima legittimazione a chi lavori per affievolirlo.
Raggiungo Ilaria Favretto al telefono, è un po’ trafelata, sta salendo le scale di casa con tre bimbi al seguito, non tutti suoi, puntualizza. Istintivamente mi chiedo, in Italia, quante professoresse ordinarie di storia abbiano un figlio di sette mesi. Tuttavia, ho chiamato Ilaria Favretto per discutere della più recente uscita di Berlusconi, non per parlare dello stato dell’università italiana e della segregazione dei suoi ricercatori più giovani e brillanti. Anche se, a rifletterci davvero, una relazione tra i due fenomeni certamente ci deve essere.
Il passaggio di ieri del Presidente del Consiglio, alla cui incontinenza verbale siamo purtroppo abituati, ha raggiunto vette particolarmente elevate. Luca Sofri sul suo blog ha notato non solo il parallelo delle sue frasi con il famoso discorso di Mussolini del 1922 su “quest’aula sorda e grigia” ma il paradosso storico per cui è proprio Fini, oggi, a difendere il Parlamento. Mi rivolgo, allora, ad una storica di professione per avere un po’ di prospettiva sulle cose, per riportare frasi che sembrano abnormi se lette da vicino, in un contesto più comprensibile. Da studiosa di cultura politica, soprattutto italiana e britannica, Ilaria Favretto concentra gran parte della sua riflessione sulla mancanza di senso civico e senso delle istituzioni diffusi che le parole di Berlusconi hanno sottolineato. Una mancanza che emerge dal fatto che Berlusconi non paghi alcun prezzo né elettorale, né politico per le sue intemperanze, per le sue battute, o per le sue parole contro le altre istituzioni repubblicane.
C’è dunque un nesso evidente tra la crescente, diffusa, mancanza di senso delle istituzioni e la vittoria elettorale del populismo demagogico. Obietto il fatto che altri paesi, come l’Inghilterra ad esempio, non godono certo di un maggior livello di cultura media. La scuola italiana, per quanto maltrattata, non ha nulla da invidiare a quella inglese. E poi esistono le nostre tradizioni e abitudini culturali, spesso sconosciute fuori dai confini. Il punto, sottolinea Ilaria Favretto, è che in Inghilterra nessuno userebbe i “pensieri dell’uomo della strada”, in maniera demagogica, a scopo elettorale. Ogni volta che esponenti conservatori hanno provato a farsi interpreti dei bassi istinti della cosiddetta “gente comune”, sono stati subito richiamati all’ordine. In Italia, Berlusconi, e chi nel suo piccolo si comporta come lui, non solo non paga un prezzo elettorale, ma nemmeno un prezzo politico. In tal modo, indebolendo le istituzioni, affievolendo il senso di cittadinanza e di etica condivisa che tiene assieme una comunità nazionale, il centrodestra continua ad alimentare le sue fortune. In questo senso è ingenuo pensare che il berlusconismo cesserà con Berlusconi, senza che si spezzi questo circolo vizioso.
Parlare di rischi di fascismo, come fanno a volte i quotidiani inglesi è certamente sbagliato. Si infervora in questo passaggio la studiosa, sottolineando un punto di metodo. La storia non è ciclica e il contesto internazionale è tale che ogni fuoriuscita dell’Italia dalle forme di una democrazia liberale è altamente improbabile. Anzi, parlare di fascismo è fuorviante perché distoglie da una analisi più attenta ed utile. L’involuzione populista della nostra democrazia è un fenomeno serio, purtroppo, che andrebbe contrastato in quanto tale. La storia futura non è già scritta e sono possibili molti scenari diversi, come ieri erano possibili esiti diversi del fenomeno Berlusconi. Certamente è necessaria una opposizione in grado di offrire sia un programma politico alternativo, con una narrativa socio-economica convincente, che il rafforzamento del rispetto per le istituzioni democratiche, che non offra la minima legittimazione a chi lavori per affievolirlo.

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