Marco Simoni


Le date
30 Maggio, 2008, 4:14 pm
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A parte i soliti titoli pruriginosi di Repubblica, le date di questa storia sono incredibili.



Appuntamenti da non perdere
28 Maggio, 2008, 1:25 pm
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Il lancio della Fondazione Daje.



Pedalare!
26 Maggio, 2008, 6:56 pm
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Stanco di intristirmi a seguito dei dispacci che giungono dalla madrepatria, e intenzionato a godermi appieno il weekend lungo che abbiamo avuto a Londra in questi giorni, ieri mi sono comprato una bici. Ma non una roba da mammolette tipo mountain bike o bici da passeggio ma una bici da corsa, rossa fiammante, leggera come una piuma e fichissima. Certo, non sono ancora al livello di una fixa, ma è la bici che più ci si avvicina. Poi sono andato da casa a Richmond park, pieno di daini quelli del re che Robin Hood non può cacciare, e anche di panini con la salciccia per ripigliarti dopo venti chilometri che servono per arrivarci. E poi su in sella che bisogna tornare a casa, con la pioggerellina inglese piacevole che ti fa compagnia (porc!). A tutti quelli di sinistra, o centrosinistra, o democratici di italica stirpe suggerirei di farsi una bici, che ce ne sarà da pedalare.



Sempre a proposito dei savi
21 Maggio, 2008, 12:26 pm
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C’è un bel post che dimostra come al Giornale si divertano a scherzare col fuoco. Ma dei bambini Rom, che naturalmente sono le prime vittime di questa situazione, non frega nulla a nessuno.



I savi di sion
20 Maggio, 2008, 11:23 pm
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A me questa storia dei Rom che rapiscono i bambini ricorda moltissimo le balle che scrivevano i giornali fascisti e nazisti negli anni ‘30 per giustificare la shoa, i massacri in Africa e poi la guerra contro gli inglesi. 

Ora, magari questa associazione è in realtà una copertura di una setta internazionale finanziata dai lauti proventi che derivano dalle attività illecite dei Rom, ma scrive una cosa da leggere.

(da Wittgenstein.it)



Cosa significa discussant
19 Maggio, 2008, 6:36 pm
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Una delle cose più divertenti nell’avere un blog è leggere le chiavi di ricerca con le quali si arriva qui. Ho deciso quindi di fare un post con come titolo quelle più divertenti/curiose, che magari è utile ai navigatori casuali.

Dicesi “discussant” (parola inglese) colei o colui che è chiamato a commentare una presentazione durante una conferenza o, più spesso, seminario (workshop). Il discussant normalmente è l’unico che si è letto il paper (articolo) che viene presentato, e che quindi lo commenta con cognizione di causa. In ambito accademico ci si aspetta commenti feroci ma possibilmente costruttivi. In ambito pratico (tipo discussioni promosse da think tank) la parte costruens si riferisce di solito ad un arricchimento delle conclusioni del presentatore e i commenti sono comunque più diplomatici. Un discussant bravo arricchisce la discussione e rende interessante il dibattito che segue. 



Opposizione
19 Maggio, 2008, 5:17 pm
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Questo governo finora oscilla tra due estremi. Da un lato provvedimenti all’apparenza innocui o inutili, come la detassazione degli straordinari, serviranno solo ad allargare ancora di più la forbice tra chi sta bene, ha un lavoro e si può comprare il gadget in più, e chi invece è precario. La precarietà è la malattia economica che sta facendo affondare l’Italia. Chi è precario (a progetto, cococo, consulenza) non ha alcun orario di lavoro, dunque nessuno straordinario e quindi il provvedimento del governo è del tutto inutile per la sostanza di uno dei problemi chiave dell’Italia.

L’altro estremo è quello della cultura fascista che si porta dietro. Bastonate agli zingari e insulti ai froci. Il comunicato stampa del ministero delle pari opportunità, in cui il ministro chiama Vladimir Luxuria col suo vecchio nome, denegandone esplicitamente l’identità, è una cosa fascista, di chi pensa di dover stabilire l’identità degli altri, e la loro legittimità ad esistere in quanto tali. 

Contro la prima parte possiamo spiegare, argomentare, e magari dire cosa ci piacerebbe vedere. Contro la cultura fascista, resistenza: denuncia pubblica, solidarietà pubblica. In questo caso a Vladimir, ma temo sia solo l’inizio.

 



Sinistra?
19 Maggio, 2008, 9:30 am
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Istintivamente, ad una domanda fattami da uno dei padri del New Labour sulla sconfitta, ho risposto che in Italia la sinistra soffre più della destra di mali “Italiani” come la gerontocrazia, il nepotismo, il familismo. Dopo aver risposto, mi sono chiesto se per caso non stessi esagerando e sparando cavolate. Poi oggi ho letto della sinistra che parla di democrazia malata, che è meglio non stare in parlamento, dei comunisti di Valentino Parlato che discutono di conflitto e capitalismo, e il fantastico Rinaldini che lamenta il fatto che tutto venga deciso dal Fondo Monetario e dalla Banca Mondiale, “di fatto senza controllo”. Ora, queste erano fesserie anche negli anni ‘70, perchè sarebbe ora di riconoscere che le fesserie erano fesserie sempre, che il fatto di essere stati giovani non dovrebbe essere un alibi, e che lottare non è un gioco.

Ma a parte questo, io non sono per niente contento che la sinistra più intransigente in Italia non esista. Non esiste. Quelli rimasti, giustamente, fuori dal Parlamento, sono dei residui di una storia lontana che danno tanto fastidio al capitalismo internazionale quanto una farfalla ad un elefante: ne sono un complemento estetico, e non a caso vengono invitati nei salotti bene.

Una sinistra vera, chiederebbe di riformare la struttura del Fondo Monetario, di abolire la cooperazione allo sviluppo che in vent’anni non ha ridotto di una unità la povertà e di istituire un fondo mondiale per l’educazione. Chiederebbe di tassare l’uso dei beni comuni, come lo spazio dove gravitano i satelliti. Farebbe una opposizione seria a questa destra che sta facendo la solita cosa che ha sempre fatto: dividere l’Italia tra protetti e non protetti, tra insiders e outsiders, tra dentro e fuori. E poi si preparerebbe a governare con i cugini antipatici più istituzionali, quelli a cui in fondo il potere piace troppo e sono troppo amici delle grandi aziende. 

Invece, una pretesa di autonomia provincialissima, una retorica dominata da gerontocrati della peggior specie, la chiusura totale alle nuove generazioni, hanno affondato la sinistra più di sinistra nel vuoto totale di queste settimane deprimenti. 

 



Riflessioni sparse
16 Maggio, 2008, 10:54 am
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Girovagando per la rete mi è capitato di vedere un video dell’intervento di D’Alema al congresso DS del 1997. Nel guardarlo sono stato colpito da un po’ di nostalgia, sono passati undici anni, ero giovane all’epoca, e molto orgoglioso della mia militanza e dei miei leader. Non solo perchè il centrosinistra governava un po’ ovunque, Prodi e Veltroni a palazzo Chigi, un governo che faceva cose rivoluzionarie tipo che i primari dovevano scegliere se lavorare per il pubblico o per il privato, un leader giovane e determinato come D’Alema sembrava poter traghettare e modernizzare un partito popolare come quello in cui militavo io verso il nuovo millennio. Un dibattito anche aspro col sindacato sul lavoro e le sue protezioni sembrava una cosa tutto sommato naturale e possibile e ci aspettavamo la nascita di un compromesso strutturale che potesse trovare un equilibrio tra i vecchi e i giovani, convinti che solo la sinistra avrebbe potuto farlo.

Era proprio così: solo la sinistra avrebbe potuto farlo, ma non c’è riuscita. E la destra ha invece solamente scavato il solco tra le generazioni, mettendo tutto il peso della globalizzazione sulle spalle dei più giovani, gettando il futuro e la capacità creativa nella fossa della precarietà e nell’arbitrio delle migliaia di signorotti feudali che dominano la nostra società e che hanno spinto a destra, e poi anche a sinistra, per il mantenimento dello status quo.

Secondo me il senso della sconfitta del centrosinistra sta anche nello iato drammatico tra quelle speranze e quegli obiettivi, così chiari all’inizio degli anni ‘90 e culminati con la vittoria del 1996, e l’attuale vittoria culturale e politica della destra. La speranza, in quella battaglia per il governo del centrosinistra di D’Alema, Prodi, Veltroni e le altre persone di una nuova generazione politica alla ribalta negli anni ‘90, nasceva dall’idea che toccasse alle forze eredi dell’arco costituzionale ricostruire le basi dell’Italia al tempo della globalizzazione. Questo comportava tante cose, la riscrittura della regole costituzionali, concepire un nuovo sistema di protezioni sociali, riscoprire il senso e il valore della legalità come premessa del vivere comune, fondare su una concezione moderna della cultura le basi del nostro posto nel mondo, la facoltà di liberare le energie degli italiani che oscillano sempre tra coraggio, avventura, e opportunismo, sulla base di un nuovo contratto sociale che guardasse al domani più che al presente.

Dieci anni dopo, invece, il compito di orientare la barra del futuro dell’Italia spetta chiaramente alla destra, che vince anche perchè assicura la continuità di molte caratteristiche tipiche dell’Italia, tra cui la deferenza assoluta nei confronti del potere, le gerarchie sociali come primario parametro comportamentale, con la conseguenza ovvia del nepotismo e del dominio delle corporazioni. In questo senso siamo chiaramente davanti ad una destra conservatrice, profondamente conservatrice. In un’epoca globale, questo conservatorismo culturale mina in nuce possibilità di crescita culturale ed economica, ed è per questo che la destra è diventata no-global. Il neo-protezionismo di Tremonti e Sarkozy ha una base politica chiara, è un modo di perpetrare la scala di valori conservatrice che ha bisogno di un nemico interno su cui sfogare le paure (i clandestini o i rom) ma anche di un sistema chiuso dove gerarchia  e potere possano continuare ad accumulare rendite.

Quelle speranze si sono infrante, il centrosinistra si era dato un obiettivo che non ha raggiunto e ora per forza si trova ad inseguire, perchè l’elaborazione di una nuova agenda per l’Italia non si improvvisa. Le stesse speranze dell’inizio degli anni novanta, derivavano dal cumulo di civismo ed educazione alla vita democratica che la parte migliore dei partiti della prima repubblica non aveva mai cessato di portare avanti.

(qui il video)



Il post che preferivo non dover scrivere
13 Maggio, 2008, 2:47 pm
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Diciamo che la situzione politica potrebbe essere migliore, ma bisogna sforzarsi per immaginarla peggiore. Beh, se vince McCain a Novembre sarebbe peggiore, anche se McCain è sempre meglio di Bush: sarebbe un duro colpo a cui temo dobbiamo prepararci. Comunque, ho scritto questa cosa ottimista qua sotto per il blog de iMille e la posto anche qui.

iMille nell’Italia di Berlusconi

Venerdì scorso è stata annunciata la composizione del principale organismo di direzione politica del Partito Democratico, i capi insomma, quelli che decidono le cose. Sono dieci persone, di cui una donna, e tutti dirigenti di primissimo piano dei DS e Margherita da almeno dieci anni.

Nelle scorse settimane, dalla sconfitta elettorale alla nascita del governo Berlusconi, molti hanno occupato tempo e tastiere a dire cosa il PD dovesse fare, cosa dovesse fare Veltroni, discutendo responsabilità collettive di chi ha diretto il centrosinistra negli ultimi dieci anni.

A me non parrebbe una cosa inopportuna se invece di puntare il dito sugli errori degli altri, i protagonisti riflettessero ognuno sugli errori propri, e dunque questo, credo, è quello che dobbiamo fare noi. Noi stiamo pagando tanti prezzi per la testardaggine di voler affermare prassi diverse nella politica, ma è anche una delle ragioni, credo, di un po’ di credibilità che abbiamo tra chi ci segue, e del fatto che dalla nostra nascita, circa undici mesi fa, siamo costantemente cresciuti, in quantità e qualità, senza avere null’altro da offrire che le nostre idee, ed un luogo da usare, per chi volesse.

Dobbiamo riconoscere che gli obiettivi per i quali siamo nati sembrano oggi altrettanto lontani di quando siamo partiti. Abbiamo speso tempo ed energie politiche e personali nella partecipazione alle primarie, coinvolgendo tante persone nuove nella costruzione del PD, convinti che fosse una condizione essenziale per una politica ricca di contenuti, nuova nelle forme, e radicata nella realtà. Ad oggi, di quelle primarie non c’è traccia: il coordinamento attuale del PD si sarebbbe potuto serenamente decidere con una riunione tra i vertici DS e Margherita un anno fa: sarebbe grosso modo uscito così.

Il governo Berlusconi ha una componente nuova, nel senso di una generazione non in prima fila fino a ieri, molto visibile e seria. Questa non è una buona notizia, perchè significa che l’idea di Italia riassunta dalle personalità di Bossi, Berlusconi e Fini sta costruendo il proprio futuro. Nel campo del PD il mio giudizio è che i tentativi di rinnovamento siano insufficienti, episodici, e molto poco visibili.

Noi Mille abbiamo degli strumenti molto limitati. Io non conosco nessuna altra organizzazione politica che funzioni esclusivamente sul lavoro volontario dei suoi soci. Ripeto, esclusivamente sul lavoro volontario e sui fondi raccolti con le sottoscrizioni che coprono le spese vive. Io penso che dati questi presupposti, essere riusciti ad ottenere la candidatura di Ivan in una posizione quasi eleggibile, e 8000 preferenze a Simona Milio siano dei risultati dignitosi ma largamente insufficienti.

La nostra logica è stata ingenua perchè i fatti delle scorse settimane, la nomina del coordinamento e del governo ombra ci suggeriscono che non esiste alcuna attenzione per capacità di elaborazione politica e culturale, capacità di organizzare comunicazione, e anche di creare consenso, a meno che queste capacità non si facciano potere.

Nel PD la preoccupazione largamente prevalente nelle azioni dei dirigenti è quella dell’equilibrio interno, equilibrio tra i gruppi di potere, o correnti, allo stato largamente personalistiche più che culturali. Questa preoccupazione è dominante su qualsiasi altra considerazione. In questo contesto, pensare di incidere sulla formazione e nella costruzione del partito per via della qualità, delle competenze, e - insisto - di capacità politiche e comunicative oggettive (mai confondere il lavoro volontario con il lavoro amatoriale), si è rivelata una illusione degna di miglior causa.

Sono tuttavia convinto che l’analisi alla base della nostra nascita sia ancora giusta. Che esista una fetta consistente di persone che voglia contribuire alla politica di centrosinistra in maniera trasparente e democratica. Che voglia vedere chiari i valori di laicità, eguaglianza, e giustizia nella politica di centrosinistra, che oggi è il PD. Credo anche che senza queste persone, e rimanendo arroccati all’equilibrio tra correnti come unico metro con il quale prendere le decisioni condurrà il PD a disastri elettorali anche peggiori, tanto più che è improbabile aspettarsi un collante antiberlusconiano quando ormai anche Berlusconi è post di se stesso.

In questi mesi ho imparato molte cose, tra cui il fatto che riscuotere consensi di critica e di pubblico non equivale a riuscire a marciare assieme con tante persone che la pensano come te, ma decidono di percorrere strade diverse. La generazione più recente di democratici viene da esperienze individuali multiformi, ed è quasi priva di quel senso di solidarietà di gruppo che invece è così tipico della generazione precedente.

In questi undici mesi, penso, il risultato maggiore è stato proprio quello di costruire e consolidare il gruppo de iMille e soprattutto la rete che gira attorno a noi, che davvero si estende in tutta Italia e in mezzo mondo. Il gruppo che fa le cose (che ricordiamo, è aperto, sempre aperto a chi volesse farne parte, basta chiederlo) si è conosciuto ed è cresciuto, dimostrando una gran compattezza, disciplina e capacità di lavorare, ribadisco, senza nessuno che si occupasse di questo a tempo pieno: una cosa più unica che rara.

E anche il limite strutturale che, a questo punto, continuiamo ad avere. E che ha pesato non poco sulla nostra capacità di far pesare le nostre ragioni.

Penso che di queste cose dobbiamo parlare. Che dobbiamo chiederci se ci stiamo ponendo degli obiettivi realistici, o se invece dobbiamo cambiare strumenti.  Dobbiamo anche avere un’idea di quanti siamo a volere davvero far pesare le nostre ragioni, a far pesare un pezzo di Italia che vuole far politica, che è disposta a fare la sua parte e a battersi per prendersi gli spazi che creda sia giusto avere. Organizzeremo una riunione a Luglio, aperta a tutti e alla quale inviteremo le persone che abbiamo conosciuto e con cui abbiamo lavorato in questi mesi. Non sarebbe male iniziare a discuterne qui, in un sito ricco di contenuti e idee che in questi mesi ha provato a raccontare con serietà l’Italia che ci piacerebbe costruire.