Marco Simoni


Definizioni
20 Novembre, 2007, 12:53 am
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In questi giorni, le cronache di alcuni blogger ci raccontano della commissione Statuto del PD che si è insediata sabato scorso. La discussione si centra sul ruolo da dare agli iscritti al partito, che tipo di poteri di conferire ai vari livelli, e si è quindi finito fatalmente per discutere sul peso da dare alle tessere.

Ora, non voglio dilungarmi. La mia posizione è che la soluzione migliore sarebbe quella del New Labour, con un “congresso” (parlo sinteticamente) eletto per metà dalle sezioni, per un quarto dagli iscritti collettivi (sindacati, ma potrebbero essere anche altre associazioni, ad esempio iMille, Legambiente, etc.) e per un quarto dal gruppo parlamentare. Nel modello italiano si potrebbero aggiungere dei ruoli che vanno obbligatoriamente confermati con le primarie: segretari, candidati a cariche monocratiche (come i sindaci), e così via. Insomma, un partito aperto (senza raccolte di firme per le primarie per favore) ma abbastanza strutturato da non diventare plebiscitario.

Siccome però siamo in Italia, sono convinto che il modo migliore per arrivare ad un risultato del genere sia chiedere tout court il fatto che non esistano iscritti, come suggeriscono sia Ivan che Mario, di cui ho apprezzato molto gli interventi in commissione. Perchè una cosa sia chiara: le tessere dei partiti sono una delle cose vecchie e portatrici di guai. Lo dico conservando con orgoglio tutte le tessere che ho avuto, dalla ultima della FGCI alla ultima dei DS.  Come molte cose, anche le tessere hanno elementi positivi ed elementi negativi e il risultato netto dipende dal tempo. Esprimere quattro preferenze era una bella conquista di democrazia nel 1948. La decidemmo di cancellare nel 1991 perchè era ormai diventata solo uno strumento in più dei mafiosi senza arricchire granchè la democrazia.

Dunque, se uno propone di mantenere iscritti e congressi nel Partito Democratico, nè più nè meno di come accadeva nei vecchi partiti, questo qualcuno è un conservatore. E’ così, vuole “conservare” tradizioni esistenti. E sia chiaro che questa parola non è un giudizio di valore, ma una definizione. Negli ultimi sei mesi, Mario Adinolfi non ha praticamente fatto alcuna scelta con la quale io sia stato d’accordo (e ne abbiamo abbondantemente discusso). Ma se Mario sta su Internet, e la signora campana che lui cita nel post invece chiede tessere e congressi, lui è l’innovatore e lei la conservatrice. Per definizione.


2 Commenti finora
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Caro Marco, aderire a un partito che non dovrebbe avere né tessere né congressi (e si chiama pure “democratico”) è un rischio davvero molto grosso. Specie in tempi di populismo crescente e di assoluto relativo (leggi il bellissimo articolo di Diamanti).

Tuttavia, siccome io sono del tutto sfiduciato nei confronti della classe politica progressista e centrista italiana, penso che qualunque innovazione radicale sia meglio della solita palude fatta di tesseramenti finti come monete da tre euro (o tre dollari, se preferisci).

Per cui, devo dare ragione anche stavolta al sor Marione. Al contrario tuo, mi capita sempre più spesso negli ultimi mesi e la cosa onestamente mi preoccupa, perché so quanto siamo differenti.

Ma è chiaro che per contrastare il peronismo riverniciato di fresco di B occorre dall’altro lato un partito grande che dia praticamente carta bianca al suo leader nazionale, con buona pace della democrazia interna.

Ultima cosa: non vorrei che questa ultima apertura di B a Veltroni sul sistema elettorale sia in realtà un accordo tra i due per andare al referendum elettorale. Ricordiamoci che da quel referendum verrebbe fuori una legge elettorale che farebbe rimpiangere quella Acerbo.

Commento di Anellidifumo 20 Novembre, 2007 @ 9:42 am

Per ulteriori informazioni sull’argomento, sggerisco un saggio di Pial Islam dell’universita’ di Harvard intitolato:
“Citizen-centric E-Government: The next frontier”

Commento di Mauro 20 Novembre, 2007 @ 12:18 pm



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