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Trasloco in corso

Questo blog sta per esaurire ha esaurito la sua funzione storica, che viene ereditata da quest’altro blog. Per ora rimane tutto on line anche qui, poi avverà una migrazione, come si dice in gergo tecnico, e nessuno, soprattutto io, dovrà più sopportare la brutta grafica fai-da-te di questo blog e il suo titolo post-adolescenziale a cui sono affezionato ma che dicono nun se po’ sentì, solo per leggere le mie imperdibili perle di saggezza e di sapienza. Si è chiusa un epoca storica e ne dobbiamo prendere atto, dobbiamo avere il coraggio di cambiare, dobbiamo guardare avanti non indietro, dobbiamo essere fedeli ai valori e non ai simboli, il mondo sta cambiando e non possiamo rimanere fermi, anche se c’è una grande voglia di Odisseo (il che potrebbe precludere a una scissione, ma dobbiamo resistere alle sirene della nostalgia).

Beh, speriamo che ci vada meglio di come è andata a quelli là.

L’ultima sfida dei laburisti (l’Unità, oggi)

Con la presentazione del programma dei laburisti, ieri è entrata nel vivo la campagna per le elezioni inglesi del prossimo 6 Maggio. In Inghilterra la presentazione del programma è un momento rituale molto importante: oggi tocca ai Conservatori, domani ai Libdem. Trovo spesso sorprendente quante cose si possano capire paragonando, con la dovuta cautela, l’Italia e l’Inghilterra, come ebbe una volta a suggerire Colin Crouch (il sociologo di “Postdemocrazia”). Per cominciare, il Labour ha sofferto per un quindicennio di una sotterranea, lancinante, rivalità tra i suoi due principali leader: Tony Blair e Gordon Brown. 

Tuttavia non si è mai arrivato ad un vero redde rationem, le due “correnti” si affrontavano con le armi dello stiletto e dello stillicido. Si è dunque corso il rischio che la lacerazione finisse per coinvolgere tutto il partito, compromettendo non solo la tenuta del governo, ma anche la formazione delle classi dirigenti future. 
Dopo tre vittorie elettorali consecutive e difficili anni di governo, Blair ha lasciato infine la premiership a Brown. Da prospettive italiche, ci si aspettava una guerra di logoramento contro il nuovo primo ministro, con gli uomini forti del partito che ne approfittavano per mantenere le loro prerogative. Al contrario, oggi è in prima fila una generazione di politici che era ancora studente quando Blair vinceva la prima elezione, accanto ai più bravi dei loro padri. Il partito appare molto unito nello sforzo di ribaltare il pronostico che vede favorito per la vittoria elettorale il conservatore David Cameron. 

Alaistair Campbell può forse essere considerato il più blairiano dei blairiani. Per un decennio a Downing Street si è occupato di dirigere la strategia e la comunicazione del governo inglese, influenzando Blair forse come nessuno. Dopo essere uscito illeso dagli scandali per presunte manipolazioni di informazioni sulle armi di Saddam Hussein, è oggi in prima fila nella battaglia elettorale. I proventi del suo best-seller sugli anni con Blair sono devoluti al partito (i Conservatori, notoriamente, sono ricchi), gira l’Inghilterra per decine di iniziative, ma soprattutto lavora accanto agli strateghi di Brown per indebolire la credibilità di Cameron. Quest’ultimo, sotto lo smalto di una riverniciatura di propaganda, conserva la struttura tradizionalista e conservatrice dei vecchi Thatcheriani. Cameron sembra destinato dalla stampa a vincere le elezioni, ma ha un programma politico molto confuso, dal profilo tutt’altro che definito, e notevoli spinte centrifughe in un partito che non ha davvero riformato. Se, nonostante tutto, riuscisse a vincere di misura, il suo governo non sarà destinato a conseguire risultati significativi, né a durare. Ricorda qualcosa?

L’astensione, crisi della democrazia (l’Unità, oggi)

Il politologo americano Robert Dahl, massimo teorico della democrazia, ha osservato che gli stati democratici sono caratterizzati dall’essere moderni, dal loro pluralismo e dal loro dinamismo economico. Se è possibile dibattere sull’evoluzione recente dell’Italia in termini di modernità e di pluralismo, la nostra stagnazione economica ormai ventennale è certamente un dato di fatto. Tuttavia, ancora poche riflessioni si sono misurate sulle conseguenze che tale stagnazione può avere sulla qualità della democrazia, dunque sulla sua capacità di essere giusta nelle procedure, ed efficace nelle soluzioni. Non si tratta di una questione oziosa, perché il dato altissimo di astenuti alle elezioni regionali, in un paese come il nostro caratterizzato anche recentemente da alti tassi di partecipazione, è certamente una febbre legata a cause più profonde. Un sondaggio SWG commissionato da Italia Futura due settimane fa ha messo in evidenza non solo l’alta percentuale di elettori orientati all’astensione, dato confermato dal loro comportamento effettivo, ma soprattutto il fatto che questo riguardi la maggioranza (51%)  degli elettori tra i 18 e il 35 anni.

E’ dunque fuorviante (oltre che irresponsabile, per chi abbia un ruolo politico) leggere l’astensione in termini politicisti, come qualcosa che riguarderebbe, a turno, elettori di destra o elettori di sinistra. Se fosse così non ci sarebbe una differenza così marcata tra classi d’età. Si tratta, al contrario, di un sintomo profondo di sfiducia nella democrazia, e preoccupante proprio perché, riguardando i cittadini più giovani, si proietta sul futuro.

L’economia stagnante offre sempre meno opportunità, meno risorse per gli ultimi arrivati. Essa tende dunque a sviluppare reazioni difensive da parte dei detentori di rendite di ogni genere, alimentando una politica intrinsecamente conservatrice, di difesa dello status quo. Conservatrice la destra, nella cultura e nelle politiche, e conservatrice l’opposizione, concentrata nella difesa degli equilibri esistenti, e dunque incapace di tratteggiare una coerente visione politica proiettata al futuro. Il dibattito politico diventa perciò asfittico, caratterizzato  da un copione ciclico e interpretato sempre dagli stessi protagonisti. Il risultato di questo circolo vizioso è il rigetto della democrazia che si manifesta nel modo più amaro: lasciando che siano gli altri a decidere. Anche il momento elettorale, infatti, come ogni rito, entra in crisi quando manca il senso individuale o collettivo alla partecipazione. In assenza di un punto di rottura, che provenga dall’economia o dalla politica, in grado di invertire la spirale, rimane altamente improbabile che l’Italia torni a crescere o a riacquistare orgoglio e fiducia nella sua democrazia.

Il pragmatismo del presidente americano (l’Unità, oggi)

Barack Obama è riuscito a far passare una significativa riforma del sistema sanitario americano. La legge approvata alla camera assicurerà una copertura quasi universale. Oltre trenta milioni di persone in più potranno beneficiare di assistenza in caso di malattia, un risultato dalla portata sociale innegabile. Inoltre, da un punto di vista strettamente politico, l’approvazione di questa riforma è l’inizio del mantenimento della “promessa” Barack Obama, un uomo che commosse il mondo durante la sua campagna elettorale, ma che doveva dimostrare di saper condurre la retorica a risultati politici concreti.
Il percorso di questa legge, la determinazione del Presidente, hanno molto da insegnare ai politici di ogni latitudine: esistono qualità di leadership, capacità di non farsi confondere dalle difficoltà e dalla propaganda degli avversari, che negli ultimi vent’anni – con l’eccezione di Blair – sembravano monopolio della destra, da Bush a Berlusconi. Obama ha dimostrato che si trattava di un accidente, che è possibile costruire una politica pragmatica, efficace, convincente, anche essendo ispirati dai valori dell’uguaglianza, della solidarietà, e della giustizia sociale. Nell’ultimo mese, i volontari di Obama, decisivi nella vittoria alle primarie, sono tornati in campo, con telefonate e porta-a-porta, per spingere gli elettori a convincere i deputati indecisi a votare la legge: coerenza e partecipazione non possono limitarsi alla campagna elettorale, devono proseguire anche quando la politica deve trasformarsi in leggi.
Ciò detto, l’approvazione di questa riforma rileva anche quanto strettamente americano sia il fenomeno politico e comunicativo legato a Barack Obama. La nuova legge non implica una riduzione della fiducia nelle virtù del mercato, al massimo la convinzione che i suoi “fallimenti” vadano corretti con alcuni interventi di regolazione puntuali. Anche dopo la riforma, il sistema sanitario americano rimarrà fondato sulla concorrenza, sui profitti, sul mercato. La sanità USA non assomiglierà ai sistemi europei, dove la salute è trattata come un diritto che lo Stato deve garantire. L’esistenza stessa dell’espressione «copertura quasi universale», diffusa con enfasi positiva dai commentatori democratici, sottolinea la differenza culturale con l’approccio europeo per cui un diritto o è universale, o non è. Per apprezzare fino in fondo questa differenza basta leggere la quarta priorità dei conservatori (conservatori) britannici per le imminenti elezioni politiche: l’impegno ad aumentare la spesa pubblica sanitaria ogni anno. I democratici europei possono farsi ispirare dalla risolutezza del presidente USA, ma non sperare di trovare ricette facili da importare.

Il paese degli affitti impossibili (l’Unità, oggi)

È il 1997, Lucia e Andrea hanno appena trovato il loro primo lavoro e hanno deciso di andare a vivere insieme. Come tutti i giovani adulti, ancora non possono permettersi di comprare una casa, ma hanno trovato un appartamento carino da affittare per un milione di lire al mese. Certo, quasi la metà delle loro entrate mensili dovrà essere spesa per l’affitto, ma la libertà non ha prezzo. Dieci anni dopo, Anna e Lucio, nella stessa condizione di Lucia e Andrea ma di dieci anni più giovani, sono invece arrivati troppo tardi. Nel 2007 lo stesso appartamento costa mille euro al mese, che corrisponde circa al totale delle loro entrate mensili. Inoltre, quelle entrate dipendono da contratti precari che potrebbero finire tra pochi mesi: il desiderio di convivenza va rimandato.
Il più recente Occasional Paper pubblicato dalla Banca d’Italia, scritto da Concetta Rondinelli e Giovanni Vernonese, è dedicato alle dinamiche nel prezzo degli affitti in Italia dal 1998 al 2006, e racconta questa storia, solo in maniera più rigorosa. Mentre gli affitti di lunga data rimanevano sostanzialmente invariati, i nuovi contratti di locazione hanno conosciuto una impennata vertiginosa, aumentando dell’80% in media. Questo aumento è “sfuggito” all’indice dell’Istat perché quest’ultimo considera una media di tutti i contratti d’affitto, anche quelli in atto da molto tempo e non soggetti ai rincari.
Numerose cause hanno concorso a questo aumento, che si è sommato, aggiungo io, alle riforme del mercato del lavoro e alla stagnazione dei salari, generando un fortissimo squilibrio di risorse a svantaggio delle generazioni giovani. Nel giro di dieci anni, i salari reali rimanevano sostanzialmente stabili – nel nostro esempio, chi guadagnava un milione oggi guadagna cinquecento euro – mentre gli affitti aumentavano vertiginosamente, per rimanere all’esempio suggerito sopra, a cui tutti possiamo attribuire facce e storie reali, da un milione a mille euro. Dato che gli aumenti hanno riguardato soprattutto gli affitti nuovi, questo fenomeno ha colpito principalmente chi ha cercato una casa a partire dalla fine degli anni 90, ossia i più giovani. Nel frattempo, dopo la riforma Treu del 1997, oltre la metà dei nuovi posti di lavoro era con contratto a tempo o comunque flessibile, quindi con minori protezioni, minori garanzie, minor reddito presente e futuro.
Le dinamiche della domanda e dell’offerta di case, come sottolineano gli autori, dipendono da molte cause, ad esempio l’aumento del numero di persone che vivono da sole, o in coppia. È evidente, tuttavia, che a questo punto ogni ulteriore latitanza della politica diventa una esplicita assunzione di responsabilità per la continua e crescente marginalizzazione di strati della popolazione che giovani non sono ormai più.

Competizione elettorale, bene primario (l’Unità, oggi)

L’esclusione del partito di Berlusconi e Fini dalla competizione elettorale in Lombardia e a Roma avrebbe colpito tutti, non solo i loro elettori. Questo è un elemento fondamentale che viene ignorato dai critici di Napolitano e, più in generale, da chi pensa che gli errori commessi dal PdL nella presentazione delle liste, se giudicati tali dai tribunali, avrebbero dovuto sancire la celebrazione di elezioni nelle più importanti città d’Italia senza uno dei competitori principali. L’assenza di competizione elettorale cancella l’esistenza stessa di un governo democratico.

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Dopo gli stranieri lo sciopero dei precari (l’Unità, oggi)

La giornata di ieri dedicata al cosiddetto sciopero degli stranieri merita una riflessione aggiuntiva sulla natura del tutto particolare della protesta, e sulla mancata adesione allo sciopero (che pertanto “sciopero” in senso tecnico non è stato) delle strutture sindacali nazionali. Il PD, al contrario, ha aderito, sulla spinta del solito Pippo Civati che è riuscito a far capire come si trattasse di una battaglia politica dal valore non solo simbolico, ma strategico.

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Corruzione e modello sociale da riformare (l’Unità, oggi)

“Il nostro modello sociale è stato costruito su delle basi corporative e stataliste. Il corporativismo, che consiste nel concedere diritti sociali legati allo stato e alla professione di ciascuno, segmenta la società, e opacizza le relazioni sociali; incentiva la ricerca di rendite di posizione, stimola il sospetto reciproco e mina i meccanismi di solidarietà. Lo statalismo, che vuole regolamentare ogni ambito della società civile, nei suoi minimi dettagli, svuota il dialogo sociale dei suoi veri contenuti, ostruisce la concorrenza e favorisce la corruzione. Il mix di corporativismo e statalismo è al cuore dell’attuale sfiducia reciproca diffusa e di un modello sociale disfunzionale. La debolezza del dialogo sociale e la mancanza di fiducia nel mercato rendono necessario l’intervento statale. Ma, nell’ambito di una logica statalista e corporativa, l’intervento di quest’ultimo consiste generalmente nell’accordare dei vantaggi particolari ai gruppi che ne fanno domanda, sovente a detrimento del dialogo sociale, del rispetto delle regole della concorrenza e della trasparenza, dei meccanismi di solidarietà. Questo circolo vizioso mina l’efficacia e l’equità del funzionamento della nostra economia. Dato che la fiducia reciproca e le virtù civiche sono essenziali al buon funzionamento dello scambio economico, il deficit di fiducia è associato alla paura della concorrenza. Questa paura stimola la domanda di restrizioni alla concorrenza che conducono a regolamenti farraginosi, i quali creano delle rendite di posizione che favoriscono la corruzione e, di conseguenza, la sfiducia reciproca.” Continua a leggere »

Un nuovo paradigma? (l’Unità, oggi)

E’ presto per affermare di essere all’alba di un nuovo paradigma economico, che si lasci alle spalle il ventennio iperliberista. Tuttavia, la nota diffusa tre giorni fa dal Fondo Monetario Internazionale, ad opera del capo economista, Olivier Blanchard, di Giovanni Dell’Ariccia e Paolo Mauro, segna uno spartiacque nella discussione politica ed economica. Continua a leggere »

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